di Alessandra Costante
Contratto scaduto, lavoratori precari, sfruttamento dei più deboli, mancanza di un compenso equo, diritti aggrediti e un lavoro sempre più a rischio di fronte all’avanzata dell’Intelligenza Artificiale: i giornalisti italiani sono davvero dentro la notizia. Siamo parte di quel mondo del lavoro che sta subendo trasformazioni radicali e che, nel nostro caso, stanno portando all’impoverimento della professione e, di conseguenza, dell’informazione che è uno degli attori principali del gioco della democrazia. Siamo lavoratori tra i lavoratori. Precari tra i precari. Siamo rider dell’informazione, pagati forse meno di molti altri. Siamo parte di quei 6 milioni di italiani che stanno inseguendo da tempo il rinnovo del contratto: nel nostro caso, quello principale stipulato con la Fieg, scaduto da 10 anni.
L'hashtag che abbiamo scelto per le lotte sindacali in difesa dei nostri diritti, a cominciare dalle retribuzioni e dagli istituti contrattuali che segnano la libertà di ognuno di noi, è #giornalismodignità. Dignità, un tema comune a tutti gli altri lavoratori italiani, come dimostra il titolo della manifestazione nazionale di Cgil, Cisl e Uil: 'Lavoro dignitoso'. Ecco, anche noi giornalisti saremo in piazza, a Marghera e in tutte le città italiane, per difendere la dignità del nostro lavoro e per denunciarne la crescente precarizzazione.
Una (ri)conquista difficile la dignità del lavoro in un Paese che da quando non ha più potuto svalutare la propria moneta, ha cominciato ad accettare la svalutazione del lavoro dei suoi cittadini e del principio fondante della nostra Costituzione, accompagnando questo mutamento con una legislazione che invece di tutelare i diritti, li ha cancellati e indeboliti, che davanti ai giudici del lavoro ha messo sullo stesso piano lavoratori e imprese, annichilendo qualsiasi tentativo di resistere alle ingiustizie.
Buon Primo maggio a tutti noi con le parole del presidente Mattarella: «A chi il lavoro lo sta cercando, a chi lo difende, a chi cerca di superare le barriere del lavoro povero e precario».