Recensione di Alessadra Costante, segretaria generale Fnsi
Pubblicata su Il Secolo XIX domenica 8 marzo 2026
'Fascistissima', ovvero 'come nel 1926 Mussolini eliminò la libertà di stampa', è un libro che può leggersi dalla fine. Il motivo per cui è necessario addentrarsi in una storia vecchia di 100 anni, l’autore, il giornalista del Secolo XIX Giovanni Mari, lo spiega nell’ultimo capitolo. Prende in prestito le parole di Piero Gobetti che, nel 1924, nel pieno della fascistizzazione dell’Italia, disse: «La stampa libera è la premessa della libertà politica. L’unica nostra forza è nella chiarezza delle idee, nell’intransigenza della critica, nella libertà della stampa».
LE PAROLE DI GOBETTI
Gobetti, filosofo, giornalista, editore, padre di quel liberalismo operaio che cercava di gettare un ponte tra libertà di impresa e movimento operaio, motore di un potenziale rinnovamento sociale. Ecco, Gobetti morì insieme alla libertà di informazione, nel 1926: lui, a 25 anni, in esilio a Parigi, per le conseguenze delle botte prese dalle camicie nere per la strenua difesa delle sue idee; la stampa schiacciata dalle leggi fascistissime e ancora prima dalla tenaglia che Mussolini strinse intorno ai giornali, ai giornalisti, agli editori che tentarono di resistere, e a quel mondo di intellettuali che dal risorgimento avevano reso interessante la cultura italiana di inizio secolo.
Tra citazioni e ricostruzioni accurate, Mari accompagna rapidamente il lettore dagli esordi del fascismo al funerale dell’informazione. Cinque anni in cui Mussolini mise in campo tutta la sua forza e il suo cinismo per sfruttare la fragilità della società italiana dopo la Prima guerra mondiale, cominciando a costruire quell’immensa fake news, quel racconto mitologico che annebbiò la popolazione. Una nazione di cartone, che entrò in guerra senza sapere che di cartone erano anche gli scarponi degli alpini mandati in Russia, che le armi erano poche e obsolete, ignorando i crimini di guerra che l’esercito commise nella campagna d’Africa. Perché non lo sapevano? Mari mutua la risposta di Alberto Sordi, anche lui esultante sotto il balcone di piazza Venezia: «Perché gli italiani erano ignoranti, nessuno li aveva informati. Nessuno gli aveva mai detto altre cose per quasi due decenni. Tutto quello che sapevamo proveniva dalla propaganda del regime e dalla cattiva informazione».
A Mussolini serviva un’informazione al guinzaglio per creare nella testa degli italiani idee non vere, proiezioni sbagliate. Gli serviva una colossale macchina della propaganda.
IL PASSATO DA GIORNALISTA
Del resto, Mussolini era giornalista e sapeva perfettamente dove e come mettere le mani per ‘normalizzare’ l’informazione, per ucciderla. Lui, ex giornalista dell’Avanti! (quando si diceva socialista) e poi direttore del Popolo d’Italia, ordinò le spedizioni punitive nelle redazioni, i roghi dei giornali che illuminavano a giorno le notti, minacciò i corrispondenti esteri e gli editori italiani, mise fuori legge decine di testate (tutte quelle socialiste e comuniste per cominciare), sequestrò i giornali, promosse cordate di imprenditori fascisti per sostituire gli editori che non si volevano arrendere. Inventò l’ufficio stampa che doveva distribuire veline e varò un Ordine dei giornalisti (articolo 7 della legge varata la notte di San Silvestro del 1925) per monitorare l’accesso alla professione. Così, con il controllo della gerenza stabilito nel 1923 e la legge 2307/1925, il cappio si strinse intorno alla libertà di informazione.
LE REDAZIONI DEVASTATE
I giornali assaliti, incendiati, devastati furono tanti: l’Avanti!, l’anarchico Umanità Nova, il socialista Il Grido del Popolo, poi Il Popolo, La Squilla a Firenze, Non Mollare! di Salvemini, La Voce Repubblicana, Il Lavoro di Genova, Il Mondo, Il Paese, Il Lavoratore, Il Popolo Sardo e molti altri. Persino il Corriere della Sera e La Stampa, due testate moderate, furono attaccate, ma in modo più subdolo, con cambi di editori e incarichi a direttori più malleabili. Direttori e giornalisti furono perseguitati, mandati al confino, intercettati, picchiati a morte, come Antonio Gramsci e Giovanni Amendola.
Mentre il fascismo attaccava la libertà di stampa, mentre creava un sindacato fascista dei giornalisti (corsi e ricorsi storici) e verificava quotidianamente il dna fascista dei giornalisti, una voce si levò a difendere l’informazione: era quella della Federazione nazionale della Stampa. La Fnsi approvò all’unanimità un documento per informare gli italiani di cosa stesse accadendo. Il sindacato unitario dei giornalisti cercò di alzare un argine contro la dittatura. Tutti aspetti che Mari racconta con precisione, senza per questo appesantire la lettura.
I SEGNI DELLA DERIVA
Perché dunque leggere la storia di una morte annunciata? Per saper riconoscere i segni di ogni deriva illiberale che, indistintamente, comincia sempre dalla testa e dal cuore di un popolo, ossia dall’informazione. Oggi gli italiani hanno una Costituzione forte, risultato dell’esperienza negativa del Ventennio, della guerra di Liberazione, della sapienza e dell’equilibrio dei Padri Costituenti. L’articolo 21 tutela la libertà di informazione e, indirettamente, rende il giornalismo una professione di rilevanza costituzionale. Eppure, eppure anche oggi, l’informazione è sotto attacco, soprattutto nella cronaca giudiziaria.
La tentazione di disintermediazione conquista i politici che invece di rispondere alle domande dei giornalisti preferiscono affidare il loro pensiero, senza contraddittorio, ai social, nuovo formato delle veline. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale, le fake news macinano like, mentre l’informazione tradizionale arranca e la professione giornalistica sta vivendo uno dei momenti peggiori. Così, ‘Fascistissima’ diventa anche un trattato di semeiotica per le patologie dell’informazione.
Scheda tecnica
Titolo: Fascistissima. Come nel 1926 Mussolini eliminò la libertà di stampa
Autore: Giovanni Mari
Editore: People
Collana: Storie
Anno edizione: 2026
Pagine: 184 p. (Brossura)
EAN: 9791259793591
Prezzo: € 16