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Aleppo (Foto: @ShadyHamadi)
Iniziative 01 Set 2016

Siria, la tragedia della guerra nel racconto dello scrittore Shady Hamadi

«Le prime vittime sono i bambini, come Khaled. Poi ci sono le donne e le storie dei ragazzi che, incontrandosi al mattino, s’informano l’un l’altro sugli amici e i famigliari per sapere se qualcuno è morto nella notte». Nelle loro parole, e nel racconto dello scrittore Shady Hamadi, l'orrore che inghiotte la Siria da 5 anni. Hamadi sarà domani, 2 settembre, al sit-in di piazza Santi Apostoli a Roma per chiedere #StopBombeInSiria.

di Shady Hamadi

Credo che l'unico modo per raccontare la tragedia siriana sia ricordare alcuni momenti, alcune storie di uomini, bambini e donne che nelle loro parole ci riassumono l'orrore che quotidianamente inghiotte la Siria da cinque anni.

Le prime vittime sono i bambini, come Khaled, nato a Damasco 6 anni fa e che quando ha sentito il rumore dei fuochi d'artificio è corso via: pensava che fosse il rumore delle bombe. Allora, gli è stato spiegato, con molta calma, che quello è il rumore dei fuochi d'artificio e ha imparato a non aver paura.

Poi, ci sono le donne. Il 22 di agosto, sul sito Middle East Eye, è apparsa una lettera firmata dalle "donne di Daraya", sobborgo di Damasco, in cui raccontavano la quotidianità dell’assedio al quale loro, e circa 8000 persone, sono state sottoposte per oltre 1360 giorni, fino al 26 d’agosto, data in cui è stato raggiunto un accordo per l’evacuazione di tutta la popolazione e dei combattenti verso Idlib, località al Nord della Siria sotto costante bombardamento aereo.

«L’11 agosto – scrivono le donne di Daraya – sono cominciati i bombardamenti e almeno 40 ordigni al napalm hanno colpito le zone residenziali. Il bombardamento ha distrutto uno scantinato pieno di legno, utilizzato dalla famiglia di Umm Mahmoud come ripostiglio e rifugio antiaereo. Ogni cosa all’interno è stata polverizzata – Umm Mahmoud è riuscita a scampare salvandosi. (…) Noi chiediamo che l’Onu e il Consiglio per i diritti umani intervengano immediatamente per fermare i crimini di guerra che il regime sta perpetrando contro la nostra città: essi includono i bombardamenti con barrel bombs e l’uso del napalm che causano danni materiali, orribili ferite fisiche e il terrore psicologico per noi e i nostri figli», concludeva la lettera di queste madri, in un estremo tentativo di appellarsi a una comunità internazionale che non avrebbe risposto.

Alle loro parole fanno eco quelle che mi disse Assad Younes, giovane aleppino, intervistato agli inizi di agosto, mentre stavamo assistendo all'assedio totale di Aleppo. «L’umanità è finita ad Aleppo: vediamo morire una cinquantina di persone al giorno e ci siamo abituati. La notte, mentre dormi, non sai mai se una bomba colpirà casa tua. Metti in conto che ti potresti risvegliare sotto le macerie. Ogni mattina, poi, mi ritrovo con i ragazzi della strada dove vivo. Beviamo il caffè e ci informiamo l’un l’altro sugli amici e i famigliari per sapere se qualcuno è morto nella notte, sotto un raid aereo, se gli altri sono stati risparmiati».

Davanti a questo scempio quotidiano, fatto di oltre 6 milioni di profughi; 5 milioni di sfollati; 500 mila morti; 73 000 scomparsi – inghiottiti dalle carceri o, "semplicemente", desaparesidos – e un'infanzia perduta ricordo le parole che mi disse Abo Imad, un giovane torturato nelle carceri e, infine, costretto a fuggire dal suo paese. «Dov'è Dio?» gli domandai. «Non chiederti dov'è Dio. Lui non c'entra. Chiediti dove sono i 7 miliardi di persone che sanno quello che accade e non agiscono».

Dobbiamo agire chiedendo la cessazione dei bombardamenti, nell'ottica della descalation del conflitto; l'apertura di corridoi umanitari e ascoltare la società civile siriana. Questi sono i primi passi per la pace che la Siria vuole. Noi dobbiamo esserci, oggi.

@fnsisocial

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