«Di fronte a contratti di lavoro che da anni non vengono rinnovati, la retroattività della vacanza contrattuale diventa una norma di civiltà e di sviluppo». Così la segretaria generale della Federazione nazionale della Stampa italiana, Alessandra Costante, nell'incontro, mercoledì 27 maggio 2026, con il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, ideatore dell'emendamento che rimette al centro del Decreto legge 1° Maggio il recupero salariale per ben 6 milioni di lavoratori che da molti anni stanno lottando per il rinnovo del loro contratto di lavoro, giornalisti compresi.
«Senza questa previsione, contro la quale si stanno attivando trasversalmente le associazioni datoriali, il Dl 1° maggio perde qualsiasi valore nei confronti dei lavoratori in attesa di rinnovo contrattuale. Anzi, diventa addirittura nocivo, perché disponendo una vacanza contrattuale di pochi euro al mese a partire dal gennaio del 2027 consente alle associazioni datoriali una facile via di fuga. Il rovescio della medaglia sarà una durissima stagione di vertenze contrattuali e di scioperi nel 2027», prosegue Costante.
L'Italia è il Paese in cui le retribuzioni fanno più fatica ad aumentare. Secondo l'Ocse i salari reali sono rimasti sostanzialmente fermi o sono addirittura diminuiti dal 1999 ad oggi. Mentre la maggior parte dei Paesi dell'area ha registrato aumenti reali fino al 30%, l'Italia ha invece mostrato un calo reale compreso tra il 2% e il 3% rispetto agli ultimi decenni.
«Il Dl 1° Maggio non può perdere di vista l'obiettivo che si è dato: essere una spinta per il rinnovo dei contratti. La Fnsi concorda che si potrebbe parlare anche del ritorno della scala mobile e di tanto altro, ma sono tutti discorsi di lungo periodo che in questo momento allontanerebbero la politica dai bisogni concreti dei lavoratori: il meglio a volte è nemico del buono», aggiunge Alessandra Costante.
«La Fnsi - conclude la segretaria generale - sta lottando per ottenere dalla Fieg il rinnovo del contratto scaduto nel 2016: dieci anni nei quali l'inflazione ha eroso il 25% del potere di acquisto dei nostri stipendi. E sta trattando senza svendere i diritti dei giornalisti di oggi e di quelli di domani per i quali gli editori invece vorrebbero una flessibilità che arriverebbe a tagliare il 22% del salario dei neoassunti. Una richiesta che speriamo non trovi cittadinanza nelle azioni del governo e del Parlamento». (mf)