Di Marco Volpati
L’ho conosciuto alla fine degli anni ’70, all’inizio del mio impegno nel sindacato dei giornalisti. È avvenuto in occasione di assemblee cui erano presenti sia giornalisti che poligrafici, nel calore di lotte sindacali e ideali che caratterizzavano quel periodo. Allora lui era ancora tra i poligrafici, anche se il suo lavoro di designer editoriale aveva molto più a che fare con l’informazione che con la pura tecnica tipografica, come oggi è scontato.
Io rappresentavo l’Associazione Lombarda dei giornalisti e la corrente appena nata di Stampa Democratica, guidata da Walter Tobagi e Giorgio Santerini. Lui, Giovanni, era un sindacalista importante a Milano: lavorava alla Rizzoli Periodici e intanto era anche nella segreteria unitaria provinciale dei sindacati confederali a rappresentare la Uil. Aveva i capelli lunghi anche allora. Era un look tra l’impegnato e l’artistico, ma senza compiacimenti. Nato nel ’43, aveva un paio d’anni più di me, però sembrava più giovane.
Quando divenne giornalista professionista continuò alla Rizzoli: Oggi, Europeo, Sorrisi e Canzoni, Io Donna. Il sindacalismo lo aveva nel sangue; passando dalla categoria dei tipografi a quella dei giornalisti ha messo a disposizione la sua esperienza e la capacità di rappresentare i colleghi. Così lo abbiamo chiamato a cariche associative, e nel 2001 è diventato vicepresidente dell’Associazione Lombarda. Si era impegnato anche nella Casagit e nell’Inpgi e nel Consiglio nazionale della Fnsi.
Nell’animo di parecchi giornalisti è radicato il pregiudizio che fare il sindacalista sia un ripiego, cosa da burocrati. Anche se poi la professionalità di chi ti sa rappresentare e difendere fa comodo. Negri era un ‘sindacalista nato’, molto capace di motivare e unire i colleghi. Stampa Democratica era perfetta per lui, perché si prefiggeva di stare sempre ‘dalla parte dei giornalisti’ senza barriere e discriminazioni politiche.
Così dopo le gestioni di Tobagi, Santerini, Andriolo e Mariagrazia Molinari è toccato a Negri fare il presidente dell’Alg. Dal 2004 al 2015. E c’è un dato che dimostra quanto è stato apprezzato dagli iscritti: al suo secondo mandato, nel 2007, venne votato all’unanimità dal direttivo. E al terzo a larghissima maggioranza. Un caso eccezionale all’interno di una categoria che è caratterizzata da un pluralismo anche esasperato di gruppi e correnti, inevitabile in un mondo che è da sempre politicizzato. Chi legge potrebbe pensare che Giovanni fosse un ‘tecnico’, lontano dalla politica. E invece no: si è sempre caratterizzato come un riformista, un socialista, e aveva anche scritto sull’Avanti! a suo tempo.
Negli ultimi anni, lasciate le cariche, era stato scelto come Coordinatore degli enti di categoria (Fnsi, Ordine, Inpgi, Casagit e Fondo pensione complementare), un incarico importante e delicato, anche se non di potere, attribuito a personaggi di riconosciuta autorevolezza.
Poi la malattia gli ha reso impossibile partecipare di persona alle riunioni, ma lui ha condiviso il dibattito fin che ha potuto. Anche nel Consiglio nazionale della Fnsi al quale era stato rieletto, con molti voti, ma a costo di una lacerazione nella delegazione lombarda che si spera possa essere adesso archiviata tra gli episodi e le incomprensioni che talvolta si producono, alimentati dalla passione. Lui usava dire «il viziaccio» di seguire anche da casa quel che si agita nel giornalismo e attorno a esso.
Giovanni Negri è una di quelle figure che ci possono ispirare e confortare, proprio oggi che il giornalismo affronta tempi difficili tra crisi editoriali, minacce alla libertà di informazione, contratti che non si rinnovano, polemiche – anche interne – che si trascinano con effetti deleteri. Abbiamo avuto tra i nostri leader persone come Tobagi, Santerini e Giovanni Negri che hanno promosso il dialogo, il confronto tra i giornalisti, la solidarietà attiva tra vertici e base, anziani e giovani. Figure che ci possono ispirare per ripeterci sempre che vale la pena sfidare il destino e affrontare ostacoli e avversità, e sofferenze, per un mestiere che piace e appassiona noi, ed è indispensabile se continuiamo a sperare in un futuro di libertà e progresso. (Da: alg.it)